Dubai Telegraph - DM-i, il cuore elettrico

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DM-i, il cuore elettrico




Nel mondo delle ibride plug-in, una stessa sigla può racchiudere soluzioni tecniche molto diverse. La tecnologia DM-i di BYD appartiene a questa categoria, ma ne rovescia la gerarchia tradizionale: il motore elettrico non è un semplice aiutante del propulsore a benzina, bensì il principale responsabile della trazione. Il termico resta essenziale, soprattutto quando la batteria raggiunge la soglia di riserva o quando il viaggio prosegue ad alta velocità, ma lavora per la maggior parte del tempo come fonte di energia e non come protagonista meccanico.

DM-i significa Dual Mode intelligent. I due modi richiamati dal nome sono la marcia elettrica e quella ibrida, mentre la componente intelligente è affidata a un sistema di controllo che decide, istante per istante, come far circolare l’energia. Velocità, richiesta dell’acceleratore, livello di carica, temperatura e condizioni di funzionamento determinano se convenga usare soltanto la batteria, avviare il motore a benzina come generatore oppure collegarlo direttamente alle ruote. Per chi guida, il passaggio avviene quasi sempre senza interventi e con una continuità più vicina a quella di un’auto elettrica che a quella di un’ibrida convenzionale.

Due motori elettrici, due compiti distinti
La particolarità si comprende osservando ciò che si trova sotto il cofano. Il sistema elettrico ibrido EHS integra due macchine elettriche ad alta velocità, l’elettronica di potenza, la riduzione finale e una frizione. Il primo motore elettrico, indicato tecnicamente come P1, è collegato al propulsore a benzina e svolge soprattutto la funzione di generatore. Il secondo, denominato P3, trasmette coppia alle ruote e recupera energia nelle decelerazioni.

Non c’è un cambio automatico tradizionale a più rapporti. Il motore di trazione lavora attraverso una riduzione fissa, mentre il termico può essere accoppiato alla linea di trasmissione mediante la frizione e un rapporto dedicato. Questa semplificazione riduce il numero di passaggi meccanici, limita le interruzioni di coppia e aiuta a conservare la sensazione di spinta continua tipica dell’elettrico. In modalità puramente elettrica il percorso dell’energia è lineare. La Blade Battery alimenta l’inverter, l’inverter governa il P3 e il P3 muove le ruote. Il motore a benzina rimane spento e la vettura procede senza emissioni allo scarico. In frenata e al rilascio dell’acceleratore il flusso si inverte: le ruote trascinano il motore di trazione, che funziona da generatore e restituisce parte dell’energia alla batteria.

Quando la carica scende verso la riserva, spesso collocata attorno al 20 o al 25 per cento, entra in scena il propulsore termico. Nella marcia ibrida in serie esso aziona il P1, che produce elettricità. L’energia può alimentare immediatamente il motore di trazione, essere accumulata nella batteria oppure seguire entrambe le strade. Le ruote continuano quindi a essere mosse dal P3, mentre il motore a benzina può lavorare in una zona di rendimento favorevole, senza dover inseguire continuamente la velocità del veicolo.

Perché il motore a benzina può muovere le ruote
La DM-i non è però un semplice sistema ad autonomia estesa. In un’auto con estensore puro, il motore a combustione non ha alcun collegamento meccanico con le ruote. Nel sistema BYD, invece, la frizione può chiudersi e far passare l’architettura dal funzionamento in serie a quello in parallelo.

La ragione è energetica. Alle basse e medie velocità, soprattutto nel traffico, conviene spesso affidare la trazione all’elettrico. A velocità autostradale costante, però, convertire l’energia meccanica del motore in elettricità e poi di nuovo in movimento comporta perdite. Se il regime e il carico sono adatti, il collegamento diretto del propulsore a benzina diventa più efficiente. In quella fase il P3 può assistere il termico durante un sorpasso, compensare una richiesta improvvisa di potenza o ricevere energia in eccesso per mantenere il livello di carica stabilito. È questo passaggio fra serie e parallelo a spiegare la denominazione Dual Mode. Il sistema non sceglie una sola filosofia, ma usa di volta in volta quella meno dispendiosa. In città privilegia l’elettrico e il recupero in frenata. Nei percorsi extraurbani alterna trazione elettrica e generazione. In autostrada può sfruttare il collegamento meccanico diretto. Nelle accelerazioni più intense somma il contributo dei due propulsori.

Un motore termico progettato per non stare al centro
Il quattro cilindri a benzina da 1,5 litri non è un’unità convenzionale adattata in un secondo momento alla trazione ibrida. È stato sviluppato per funzionare dentro questa architettura, dove contano più il rendimento e la stabilità del regime che la risposta isolata del motore. Nelle versioni aspirate già diffuse in Europa, BYD ha dichiarato un rendimento termico di picco del 43,04 per cento. Altri modelli impiegano una variante sovralimentata quando sono richieste potenze superiori o la trazione integrale.

Nel 2026 la quinta generazione DM 5.0 ha compiuto il debutto europeo sulla Dolphin G DM-i. L’evoluzione non consiste in un singolo componente, ma in un lavoro coordinato su propulsore, gestione termica ed elettronica. Il nuovo 1,5 litri adotta un rapporto di compressione di 16 a 1, iniezione e combustione ottimizzate, raffreddamento separato delle diverse zone e lubrificazione a portata variabile. Il sistema EHS utilizza inoltre lamierini di acciaio al silicio più sottili e soluzioni riviste per il raffreddamento e la trasmissione, con l’obiettivo di ridurre le perdite elettriche e meccaniche. Anche l’architettura di controllo è stata resa più compatta. L’integrazione di più centraline nel dominio del gruppo propulsore consente scambi di dati più rapidi e una regolazione più precisa del flusso energetico.

Non è un dettaglio secondario. In un ibrido serie-parallelo, l’efficienza finale dipende non soltanto dal rendimento dei singoli organi, ma dalla rapidità con cui il sistema sceglie la combinazione corretta. Un ritardo nell’avvio del termico, un eccesso di generazione o una gestione poco accurata della carica possono trasformarsi in sprechi. La centralina deve invece mantenere il motore a benzina nella sua zona di maggiore efficienza e, nello stesso tempo, conservare nella batteria una riserva sufficiente per accelerazioni, recupero energetico e marcia urbana.

La Blade Battery come riserva e cuscinetto energetico
La batteria svolge un ruolo più ampio di quello suggerito dalla sola autonomia elettrica. Le celle Blade utilizzano chimica al litio-ferro-fosfato, scelta per stabilità termica, durata e possibilità di essere organizzata in un pacco sottile e strutturalmente efficiente. Nella DM-i la batteria alimenta la marcia quotidiana, fornisce potenza nei transitori e assorbe l’energia recuperata o prodotta dal generatore.

Le capacità variano sensibilmente secondo il modello. Nella Dolphin G DM-i europea si parte da 7,42 chilowattora e 40 chilometri elettrici nel ciclo WLTP, mentre le versioni con batteria da 18,3 chilowattora arrivano fino a 105 chilometri. La stessa configurazione dichiara fino a 1.040 chilometri di autonomia complessiva con pieno di benzina e carica completa.

Sulla Seal U DM-i, l’accumulatore da 26,6 chilowattora permette di raggiungere fino a 125 chilometri elettrici nel ciclo combinato WLTP. Questi dati mostrano come BYD utilizzi una medesima logica tecnica adattandola a compatte, berline, familiari e sport utility. Anche la ricarica cambia secondo la capacità dell’accumulatore. La Dolphin G DM-i di ingresso dispone di un caricatore in corrente alternata da 3,3 chilowatt. Le versioni con batteria maggiore salgono a 6,6 chilowatt e possono accettare corrente continua fino a 39 chilowatt, passando dal 10 all’80 per cento in 26 minuti. La ricarica rapida non è indispensabile per una plug-in, ma può essere utile durante una sosta quando si vuole recuperare una parte consistente dell’autonomia elettrica.

Con DM 5.0 è cresciuta anche l’attenzione alla temperatura. Il raffreddamento diretto della batteria, la gestione coordinata del vano anteriore e dell’abitacolo e il controllo termico su un intervallo più ampio servono a ridurre gli sprechi sia con il caldo sia con il freddo. La temperatura incide infatti sulla resistenza interna delle celle, sulla capacità di accettare energia in frenata, sulla potenza disponibile e sui consumi del climatizzatore.

Che cosa significano davvero i consumi dichiarati
I valori omologati delle plug-in hybrid richiedono una lettura attenta. Un consumo ponderato di 1,4 litri per 100 chilometri, dichiarato per la Dolphin G DM-i con la batteria maggiore, presuppone una partenza con accumulatore carico e una quota rilevante di percorso effettuata in elettrico. Non equivale al consumo continuo di benzina dopo che l’autonomia elettrica è stata utilizzata.

La distinzione è decisiva. Chi ricarica con regolarità e percorre ogni giorno distanze inferiori al raggio elettrico può usare il motore termico di rado, limitandolo ai viaggi più lunghi. Chi non collega quasi mai l’auto alla rete la utilizza invece come una full hybrid più pesante, efficiente ma privata di una parte importante del proprio vantaggio. Le rilevazioni su strada aiutano a mettere i numeri in prospettiva. Su una Seal U DM-i a trazione integrale della prima generazione europea, con batteria alla soglia minima, sono stati misurati circa 6,5 litri per 100 chilometri nel misto urbano ed extraurbano e 8,2 litri in autostrada. Una guida particolarmente attenta è scesa a 4,1 litri. La più recente Dolphin G DM-i, più leggera e dotata di DM 5.0, ha fatto registrare nei primi percorsi misti valori attorno a 3,4 litri per 100 chilometri, mantenendo però una quota consistente di carica residua. Non sono dati direttamente confrontabili, ma illustrano quanto massa, aerodinamica, temperatura, velocità e strategia di gestione possano modificare il risultato.

Anche l’autonomia complessiva superiore ai mille chilometri deve essere interpretata correttamente. Non indica una percorrenza interamente elettrica, ma la somma dell’energia immagazzinata nella batteria e di quella contenuta nel serbatoio. Il risultato dipende quindi dal consumo a batteria carica, dalla strategia con cui il sistema conserva la riserva e dall’efficienza raggiunta dal termico nei lunghi tratti a velocità costante.

La presa rimane fondamentale
Ricaricare resta il gesto che dà senso alla sigla plug-in. La DM-i può funzionare bene anche quando la batteria si trova alla riserva, perché conserva un margine energetico per l’assistenza elettrica e per il recupero. Ciò non significa che la presa sia superflua.

Quando viene prelevata a casa o con una tariffa favorevole, l’energia elettrica costa generalmente meno dell’equivalente energetico della benzina e consente di svolgere gli spostamenti quotidiani senza accendere il termico. Il vantaggio economico dipende tuttavia dal prezzo della ricarica, mentre quello ambientale varia con il mix elettrico, con le temperature e con la frequenza reale d’uso in modalità elettrica. Una plug-in utilizzata senza ricarica continua a portare con sé batteria, caricatore e componenti elettrici, senza sfruttarne pienamente la funzione. Una DM-i caricata ogni notte, al contrario, può coprire gran parte della settimana lavorativa come una vettura elettrica e riservare la benzina alle trasferte più lunghe.

Una guida da elettrica, con un compromesso preciso
Dal posto di guida, il risultato più riconoscibile è la fluidità. La coppia arriva immediatamente dal motore elettrico, non ci sono cambiate tradizionali e l’avviamento del termico è spesso poco percepibile. Quando la richiesta di potenza cresce o la velocità resta elevata, il quattro cilindri può diventare udibile, ma il suo regime non deve necessariamente seguire in modo lineare l’andatura dell’auto durante il funzionamento come generatore. È una conseguenza dell’architettura e non un difetto della trasmissione.

Il compromesso rimane quello di ogni plug-in hybrid. A bordo convivono un motore a combustione, due macchine elettriche, un serbatoio, una batteria e circuiti termici complessi. Il peso e il costo industriale sono maggiori rispetto a un’auto a benzina semplice, mentre manutenzione e gestione sono più articolate rispetto a un’elettrica pura. In cambio si ottengono autonomia di viaggio, rifornimento rapido e una quota di mobilità quotidiana a emissioni locali nulle. La presenza dei due sistemi implica inoltre che la convenienza dipenda dal profilo d’uso. Nei percorsi urbani e suburbani la DM-i può esprimere al meglio la priorità elettrica e il recupero energetico. Sui lunghi tragitti autostradali il motore termico assume inevitabilmente un ruolo maggiore, mentre la resistenza aerodinamica e il peso rendono impossibile mantenere i consumi omologati ponderati.

La DM-i è dunque meno una somma di due propulsori che una diversa distribuzione dei loro ruoli. Il motore elettrico guida, il termico produce energia o interviene quando il collegamento meccanico è più conveniente, la batteria assorbe e restituisce potenza, la centralina orchestra il tutto. È questa architettura, più della sola capacità dell’accumulatore o della potenza di sistema, a spiegare perché le plug-in BYD riescano a comportarsi come elettriche per gran parte della giornata senza rinunciare alla flessibilità dei lunghi viaggi.

Nel mercato europeo del 2026, con la tecnologia estesa dalla Seal U alle famiglie Seal, Sealion, Atto e Dolphin, DM-i è diventata una delle colonne della strategia BYD. Il suo valore reale, però, non si misura soltanto nelle autonomie a quattro cifre. Si misura nella capacità di scegliere il percorso energetico più adatto a ogni fase di guida e, soprattutto, nell’uso che ne fa il proprietario. Una DM-i ricaricata spesso può essere prevalentemente elettrica. La stessa auto, usata senza presa e a velocità autostradali, resta un’ibrida efficiente, ma non può sottrarsi alle leggi della fisica.



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L’Africa torna in scala

Il voto delle Nazioni Unite riapre il dibattito su come rappresentiamo il pianeta. Equal Earth restituisce ai continenti le corrette proporzioni di superficie, ma non elimina tutti i limiti delle carte geografiche. E non impone una sostituzione immediata e universale dei planisferi.L’Africa non è diventata più grande. È la sua immagine, in alcune delle carte più familiari, a non averle mai reso giustizia. Il confronto con la Groenlandia basta a mostrare il problema: il continente africano supera i 30 milioni di chilometri quadrati, mentre l’isola artica si estende per circa 2,16 milioni. La prima superficie è all’incirca quattordici volte la seconda. Eppure, in un planisfero costruito con la proiezione di Mercatore, le due sagome possono apparire sorprendentemente simili per dimensioni.La questione è tornata al centro dell’attenzione dopo il voto del 4 settembre 2026, con cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione «Correct the Map». Il testo, promosso dal Togo e sostenuto dall’Unione africana, ha ottenuto 164 voti favorevoli, uno contrario, quello degli Stati Uniti, e sei astensioni. Il suo obiettivo è incoraggiare rappresentazioni cartografiche più rispettose delle proporzioni territoriali, soprattutto nell’istruzione e nella comunicazione pubblica.Dietro l’espressione «nuova mappa del mondo» non c’è dunque una scoperta geografica. C’è una scelta su quale caratteristica del pianeta rendere fedele sulla carta. Nel caso di Equal Earth, la proiezione al centro della campagna, la priorità è la superficie: territori realmente più estesi devono occupare, sul planisfero, uno spazio proporzionalmente maggiore.Che cosa ha deciso davvero l’ONULa distinzione più importante riguarda la portata del provvedimento. La risoluzione non vieta Mercatore, non cambia i confini degli Stati e non obbliga ogni scuola, editore o piattaforma digitale ad adottare lo stesso planisfero. È un’iniziativa di indirizzo, non un ordine di sostituzione automatica di tutte le carte esistenti. L’idea di fondo è favorire l’impiego di proiezioni equivalenti quando occorre confrontare le dimensioni di Paesi e continenti. In cartografia, «equivalente» ha un significato preciso: indica una proiezione che conserva i rapporti fra le aree. Non significa che ogni distanza, ogni angolo o ogni profilo costiero rimanga privo di deformazioni.La mobilitazione nasce dalla campagna promossa da Africa No Filter e Speak Up Africa, sostenuta dall’Unione africana. La richiesta riguarda anche il modo in cui l’Africa viene percepita: non soltanto una correzione geometrica, ma il tentativo di sottrarre il continente a una rappresentazione visiva che ne ridimensiona l’estensione rispetto alle regioni situate alle alte latitudini.La novità del settembre 2026 è quindi soprattutto istituzionale e culturale. Gli strumenti matematici per disegnare carte rispettose delle superfici esistevano già.Perché Mercatore ingrandisce il NordLa proiezione presentata da Gerardus Mercator nel 1569 rispondeva a un’esigenza concreta della navigazione. Permetteva di tracciare come linee rette le rotte a direzione costante, dette lossodromie, rendendo più agevole seguire una rotta con la bussola. Non era stata concepita per confrontare l’estensione dell’Africa con quella dell’Europa. Mercatore è una proiezione conforme: conserva gli angoli e le forme a scala locale. Questa proprietà, preziosa per determinati usi, ha un prezzo. Allontanandosi dall’equatore, la scala aumenta e le superfici risultano progressivamente dilatate. La Groenlandia, il Canada e la Russia assumono così un peso visivo sproporzionato rispetto alle regioni tropicali.Il fenomeno non favorisce matematicamente un gruppo di Stati in quanto tale: dipende dalla latitudine e si verifica anche nell’emisfero australe. L’Antartide, quando compare nelle comuni rappresentazioni troncate, può trasformarsi in una fascia smisurata sul margine inferiore. I poli, nella proiezione di Mercatore, non sono rappresentabili a distanza finita.Per questo è impreciso dire che Mercatore abbia semplicemente «rimpicciolito l’Africa». Più correttamente, ha ingrandito in misura crescente le regioni lontane dall’equatore, alterando il confronto. La conseguenza visiva rimane: chi osserva il planisfero senza conoscerne il funzionamento può scambiare l’estensione disegnata per l’estensione reale.C’è anche un equivoco da evitare sulle rotte. Una linea retta su Mercatore indica una direzione costante, ma non rappresenta necessariamente il percorso più breve fra due punti sulla Terra. Anche una carta utile alla navigazione conserva soltanto alcune proprietà, non tutte.Africa e continenti: le dimensioni a confrontoPer ritrovare le proporzioni conviene partire dagli ordini di grandezza. Considerando separatamente America settentrionale e America meridionale, l’Asia resta il continente più esteso, con circa 44,6 milioni di chilometri quadrati. Segue l’Africa, con oltre 30 milioni. L’America settentrionale supera i 24 milioni, mentre quella meridionale si avvicina ai 18 milioni.L’Antartide occupa circa 14 milioni di chilometri quadrati. L’Europa si colloca intorno ai 10 milioni, mentre l’Oceania, comprendendo l’Australia e gli arcipelaghi associati, raggiunge circa 8,5 milioni. Sono valori arrotondati: i totali possono variare secondo la delimitazione delle regioni, le isole incluse e le convenzioni adottate. Non bisogna, per esempio, confondere la superficie dell’Australia con quella dell’intera Oceania.Il quadro è chiaro. L’Africa è circa tre volte l’Europa e all’incirca 1,7 volte l’America meridionale. È più estesa dell’America settentrionale, pur apparendo spesso meno imponente nei planisferi che dilatano le alte latitudini. Non diventa, invece, il continente più grande: il primato resta all’Asia. Il confronto con la Groenlandia è particolarmente efficace proprio perché mette a nudo la distanza fra percezione e misura. Un rapporto vicino a quattordici a uno dovrebbe essere immediatamente riconoscibile. Se non lo è, quella carta non è adatta a rispondere alla domanda «quanto sono grandi questi territori?».Cambia inoltre la relazione visiva fra l’Europa e il resto del mondo. Il continente europeo non perde chilometri quadrati, ma perde parte dell’ingrandimento che gli assegna Mercatore. La nuova immagine può sorprendere chi è abituato a quella precedente: non perché i dati siano nuovi, ma perché diventano più coerenti con ciò che si vede.Che cosa offre Equal EarthEqual Earth è stata sviluppata nel 2018 dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. La sua caratteristica centrale è la conservazione delle aree relative, unita a un disegno pensato per rendere i continenti riconoscibili e il planisfero facilmente leggibile. La struttura presenta paralleli rettilinei e un contorno laterale curvo. L’aspetto richiama quello di Robinson, ma con una differenza sostanziale: Equal Earth conserva i rapporti fra le superfici, mentre Robinson cerca un compromesso visivo fra diversi tipi di deformazione senza essere equivalente.In una carta Equal Earth, due territori di uguale superficie occupano aree uguali sul foglio, indipendentemente dalla loro latitudine. Ciò rende più attendibile il confronto immediato fra continenti. È particolarmente utile quando il messaggio della carta riguarda la distribuzione geografica di fenomeni estesi, anziché una rotta o un dettaglio locale.Non si tratta, però, della prima soluzione capace di conservare le aree. La cartografia dispone di numerose proiezioni equivalenti, fra cui Mollweide, Gall-Peters ed Eckert IV. La scelta dipende dall’uso previsto, dalla leggibilità e dalle deformazioni che si ritiene accettabile introdurre. Ridurre tutto a un duello fra una carta sbagliata e una carta perfetta impedisce di capire il problema.Perché nessun planisfero è perfettoTrasferire la superficie curva della Terra su un piano comporta inevitabilmente delle deformazioni. Una carta può privilegiare le superfici, gli angoli, determinate distanze o un compromesso fra più esigenze. Non può conservare contemporaneamente tutte le proprietà geometriche del globo.Equal Earth non fa eccezione. Le aree relative sono corrette, ma le forme possono risultare deformate e le distanze non si possono leggere ovunque come se la scala fosse uniforme in ogni direzione. La posizione geografica di un luogo resta determinata dalle sue coordinate; è il modo in cui quelle coordinate vengono trasferite sul foglio a cambiare.Questo significa che una carta adatta a confrontare continenti non diventa automaticamente la migliore per pianificare una navigazione, rappresentare una regione polare o studiare un territorio ristretto. Chiedere a un unico planisfero di svolgere tutti questi compiti è all’origine di molti fraintendimenti.Il progresso non consiste nel proclamare definitiva una mappa, ma nel rendere esplicito che cosa quella mappa conserva e che cosa deforma.Il significato politico delle proporzioniLa campagna africana solleva una questione legittima: una rappresentazione ripetuta può diventare il punto di riferimento con cui si immagina il mondo. Un continente mostrato sistematicamente più piccolo rispetto ad altri rischia di essere pensato come uno spazio minore anche da chi non ha mai confrontato le cifre. Da qui la richiesta di correggere un’abitudine visiva. Ma attribuire a una sola proiezione l’origine delle disuguaglianze internazionali sarebbe una semplificazione. La geometria di Mercatore non dimostra, da sola, un’intenzione di ridurre l’importanza dell’Africa. Occorre distinguere le proprietà matematiche della carta dagli usi storici, educativi e politici che ne sono stati fatti.Altrettanto importante è non trasformare la superficie in una graduatoria di valore. L’estensione di un territorio non misura i diritti dei suoi abitanti, la ricchezza culturale o l’importanza delle sue società. Una carta equivalente non attribuisce prestigio in proporzione ai chilometri quadrati: permette semplicemente di osservare una grandezza fisica senza introdurre squilibri nel confronto.Il valore dell’iniziativa sta qui. Non nel sostituire una gerarchia simbolica con un’altra, ma nel separare meglio ciò che il territorio è da ciò che una particolare rappresentazione suggerisce.Che cosa cambia per scuole e strumenti digitaliIl primo cambiamento utile può avvenire nell’insegnamento. Affiancare un globo, una carta di Mercatore e una proiezione equivalente permette di capire perché lo stesso territorio assuma aspetti differenti. Lo studente non deve soltanto memorizzare quale continente sia più grande: deve imparare a riconoscere quando una rappresentazione consente davvero di verificarlo.Non è corretto, però, descrivere tutti gli atlanti scolastici come se avessero utilizzato finora esclusivamente Mercatore. Esistono da tempo soluzioni alternative e differenti tradizioni editoriali. L’obiettivo dovrebbe essere migliorare la scelta e la spiegazione delle carte, non sostituire una semplificazione con un’altra.Per gli strumenti digitali, il voto delle Nazioni Unite non equivale a un aggiornamento automatico. La proiezione Web Mercator è diffusa nei servizi cartografici online, ma l’adozione di rappresentazioni differenti dipende dalle scelte tecniche ed editoriali dei gestori. La carta visualizzata e i metodi impiegati per calcolare distanze e superfici sono inoltre questioni distinte: una misura attendibile richiede procedure adeguate, non la semplice lettura dell’area disegnata sullo schermo.La lezione della nuova mappa è quindi più ampia della riscoperta delle dimensioni africane. Prima di fidarsi di un planisfero, bisogna chiedersi a quale domanda sia stato costruito per rispondere. Per confrontare le superfici dei continenti, Equal Earth offre una risposta coerente. Per altri scopi serviranno altre carte.L’Africa non ha bisogno di essere ingrandita. Ha bisogno, in questo confronto, di essere rappresentata nella proporzione che le appartiene. A cambiare non è il pianeta: è la precisione dello sguardo con cui lo leggiamo.