Dubai Telegraph - Social e ia, cervello Lento

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Social e ia, cervello Lento




Nell’ultimo biennio il termine brain rot è passato da slang giovanile a fenomeno di costume. L’espressione – letteralmente “marciume cerebrale” – è stata scelta come parola dell’anno 2024 da un importante dizionario internazionale perché riassume la preoccupazione per il deterioramento mentale dovuto al consumo massiccio di contenuti digitali. Gli esperti definiscono brain rot la presunta decadenza dello stato mentale causata dall’iper‑esposizione a materiali online triviali, spesso consumati in modo compulsivo. Il termine ha visto un aumento dell’uso del 230 % in un solo anno, segno di una crescente consapevolezza dell’impatto dei social sulla salute mentale, soprattutto nelle generazioni Gen Z e Gen Alpha.

La nuova lingua dei social descrive bene un fenomeno che psicologi e neuroscienziati osservano da tempo: la sovrabbondanza di notifiche, video brevi e contenuti di bassa qualità sta allenando il cervello a ricercare stimoli immediati a scapito della riflessione. L’“endless scroll” costringe a passare rapidamente da un argomento all’altro e porta all’accumulo di materiali superficiali che saturano l’attenzione e svuotano la memoria. Questo bombardamento continuo indebolisce la capacità di concentrarsi e di prendere decisioni ponderate e, secondo studiosi che hanno analizzato il fenomeno, produce un vero e proprio affaticamento cognitivo.

Quando i video durano pochi secondi
Le piattaforme di short‑video come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts sono progettate per attivare rapidamente il sistema della ricompensa. Studi citati da divulgatori italiani rilevano che l’esposizione prolungata a questi contenuti influenza le aree cerebrali legate alla concentrazione, all’autocontrollo, alla memoria e all’equilibrio emotivo. I video brevissimi generano picchi di dopamina che inducono a continuare a guardare, creando un ciclo di dipendenza. Questa abitudine rende più difficile concentrarsi su compiti lunghi, interferisce con la memoria – causando dimenticanze improvvise – e riduce l’attività delle zone del cervello che regolano il controllo e il processo decisionale.

Il problema non riguarda solo la soglia di attenzione. Secondo un report sul benessere digitale pubblicato nel 2025 su un campione di oltre 1 500 adulti italiani, più della metà degli utenti tra i 18 e i 34 anni resta sveglia fino a tardi scorrendo i feed e quasi la metà controlla i social appena si sveglia. Gli adulti over 65 passano circa 7 ore a settimana sui social, ma i giovani tra i 18 e i 24 anni arrivano a 21 ore alla settimana, quasi un quinto del tempo trascorso svegli. Nel report il 40 % degli utenti tra i 25 e i 34 anni ritiene che i social media influiscano negativamente sulla propria salute mentale, e il 30 % segnala un aumento di stress o ansia. Ciò nonostante, il 47 % degli stessi giovani considera le piattaforme indispensabili per restare aggiornati.

Gli scienziati che hanno studiato l’uso intensivo di video brevi hanno osservato alterazioni funzionali in alcune reti neurali. Un lavoro pubblicato su Neuroimage ha individuato modifiche nelle aree coinvolte nella regolazione delle emozioni e nel sistema di ricompensa – corteccia orbitofrontale, cervelletto bilaterale e corteccia prefrontale dorsolaterale – e maggiore attività nelle regioni che monitorano le emozioni e nei lobi temporali, responsabili della sensibilità agli stimoli sociali. Un meta‑studio su 71 ricerche, pubblicato su Psychological Bulletin, ha correlato l’abuso di video brevi a un calo delle prestazioni scolastiche e a un aumento di depressione, solitudine, stress e ansia tra studenti di elementari e medie.

Ragazzi sempre più connessi
L’iperconnessione inizia sempre prima. Secondo dati diffusi da un’organizzazione internazionale per la tutela dei minori, in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (32,6 %) usa lo smartphone tutti i giorni; nel 2018‑2019 erano il 18,4 %. Tra gli 11 e i 13 anni, oltre il 62 % ha almeno un account social. Queste percentuali sono molto più elevate nel Sud e nelle isole, dove quasi la metà dei bambini usa quotidianamente il telefono. Nonostante l’età minima richiesta per iscriversi alle piattaforme sia 14 anni (o 13 con il consenso dei genitori), molti preadolescenti aggirano i divieti. L’organizzazione sottolinea l’urgenza di educare i minori a un uso consapevole della rete e di affiancarli nel percorso digitale.

Numerosi reportage italiani hanno confermato che l’età media del primo smartphone si è abbassata a circa 10 anni e che molti bambini passano oltre tre ore al giorno davanti a uno schermo. In alcune regioni, ben il 62,3 % degli undicenni possiede già un profilo social e a scuola mostra cali di concentrazione e memoria. Gli psicologi parlano di «epidemia silenziosa» perché il gesto automatico di scorrere lo schermo attiva circuiti dopaminergici simili a quelli delle dipendenze, alterando la produzione di dopamina e riducendo la tolleranza alla noia. L’uso precoce dei dispositivi digitali è stato inoltre associato a “amnesia digitale”: l’esposizione continua a notifiche impedisce la codifica profonda delle informazioni, con difficoltà a ricordare ciò che non viene elaborato con calma. Ricercatori evidenziano che i bambini e i preadolescenti spesso non hanno gli strumenti cognitivi per gestire l’infinite scroll; l’abitudine a stimoli rapidi frammenta la loro attenzione e riduce la capacità di mantenere una concentrazione sostenuta.

La stessa organizzazione ricorda che bambini e adolescenti crescono in una dimensione onlife in cui il mondo materiale e quello digitale si intrecciano, ma non sempre possiedono le competenze per navigare online in modo sicuro. Si evidenzia che la rete offre opportunità di apprendimento e socializzazione ma nasconde anche rischi – cyberbullismo, adescamento, dipendenza – che non possono essere affrontati con semplici divieti. Occorre coinvolgere famiglie, scuole, istituzioni e piattaforme per colmare le disuguaglianze digitali e promuovere un’educazione all’uso responsabile.

Intelligenza artificiale e “debito cognitivo”
Nel 2025 un gruppo di ricercatori del Media Lab di una prestigiosa università statunitense ha eseguito un esperimento per valutare l’impatto dei grandi modelli linguistici sulla creatività e sulla memoria. 54 studenti sono stati divisi in tre gruppi: il primo ha scritto alcuni testi senza supporto digitale, il secondo ha usato un motore di ricerca e il terzo ha utilizzato un assistente di intelligenza artificiale generativa. Durante le sessioni i loro cervelli sono stati monitorati con un elettroencefalogramma.

I risultati sono eloquenti: chi ha scritto solo con le proprie risorse ha mostrato una maggiore attivazione cerebrale, testi più originali e una memoria più solida. Al contrario, gli studenti che hanno utilizzato l’assistente AI hanno manifestato un’attività cerebrale significativamente ridotta, minor coinvolgimento mentale, difficoltà a ricordare il contenuto appena prodotto e testi meno creativi. Anche il gruppo che ha usato il motore di ricerca ha registrato un’attivazione intermedia. Nella fase finale, alcuni studenti sono passati dall’AI alla scrittura autonoma, ma non sono riusciti a recuperare il livello di attività cerebrale iniziale; i ricercatori parlano di debito cognitivo: delegare troppe funzioni alla macchina genera un costo mentale che rende il cervello più “pigro”.

Altri studi condotti dallo stesso gruppo hanno quantificato meglio questo “debito”: gli utenti di ChatGPT completavano i compiti di scrittura in media il 60 % più velocemente, ma il loro carico cognitivo germinale – lo sforzo necessario a trasformare le informazioni in conoscenza – diminuiva del 32 %. Le scansioni EEG hanno mostrato che i partecipanti che usavano solo il cervello presentavano circa 79 connessioni nella banda alpha (cruciali per l’attenzione e l’elaborazione semantica), mentre gli utenti dell’AI ne avevano appena 42. Un dato ancora più allarmante è la memoria: oltre l’83 % degli studenti che si sono affidati all’assistente non riusciva a ricordare le frasi scritte pochi minuti prima. Gli autori sottolineano che i cervelli in via di sviluppo potrebbero essere particolarmente vulnerabili a questo effetto.

Un’altra indagine pubblicata nell’ottobre 2025 su una rinomata rivista medica ha analizzato i dati di 6 554 bambini di 9‑13 anni seguiti per due anni. I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in tre gruppi in base all’uso dei social: nessuno o molto basso, basso ma in aumento (circa un’ora al giorno) e alto in aumento (tre ore al giorno). I risultati mostrano che gli adolescenti con uso crescente dei social hanno ottenuto risultati inferiori ai coetanei nei test di lettura, memoria e vocabolario. Anche chi usava i social per poco più di un’ora mostrava un calo di 1‑2 punti, mentre i più assidui perdevano fino a 4 punti. Gli autori ipotizzano che il tempo trascorso online sottragga ore allo studio, al sonno e alla lettura, e che le notifiche e i video brevi allenino il cervello a cercare novità costanti, rendendo difficile concentrarsi su compiti complessi.

Pochi mesi dopo, un’ampia ricerca condotta dal Karolinska Institutet e dall’Università dell’Oregon su oltre 8 000 bambini seguiti dai 10 ai 14 anni ha rilevato che solo l’uso dei social, e non quello dei videogiochi o della televisione, è associato a un graduale aumento dei sintomi di disattenzione. Gli scienziati spiegano che i social media offrono distrazioni costanti – messaggi, notifiche, attesa di reazioni – che interferiscono con la capacità di restare concentrati. Nello studio, il tempo medio passato sui social aumentava da circa 30 minuti al giorno a quasi due ore e mezza al compimento dei 13 anni. Pur trattandosi di un effetto individualmente modesto, gli autori osservano che a livello di popolazione può contribuire all’aumento delle diagnosi di disturbo dell’attenzione nei giovanissimi.

Una serie di ricerche citate da pediatri e psicologi italiani conferma che l’uso intensivo dei social è legato a deficit di memoria, attenzione e controllo inibitorio nelle funzioni esecutive. Questi studi suggeriscono che le notifiche continue e l’instant reward loop rendono il cervello meno capace di ritardare la gratificazione e più incline a comportamenti compulsivi.

Queste ricerche non stabiliscono una causalità assoluta, ma mostrano associazioni preoccupanti: anche piccole variazioni di rendimento, quando applicate a milioni di giovani, possono tradursi in ritardi scolastici e calo delle competenze. Neuropsicologi spiegano che l’esposizione alle ricompense sociali sulla rete modifica le aree del cervello che gestiscono emozioni, giudizio e ricompensa; ciò potrebbe aumentare la ricerca compulsiva di stimoli a scapito della concentrazione e della memoria. Non è chiaro se questi cambiamenti siano permanenti, ma gli esperti parlano di “invecchiamento accelerato” del cervello nei giovani e sottolineano la necessità di ulteriori studi.

Il lato oscuro della connessione continua
Oltre alla riduzione delle prestazioni cognitive, l’iperconnessione influisce sulla salute mentale. Diversi studi su campioni di migliaia di adolescenti hanno evidenziato un aumento di ansia, depressione e solitudine tra chi trascorre più di tre ore al giorno sui social. Siti di divulgazione scientifica ricordano che trascorriamo quasi 2 ore e mezza al giorno sui social e che l’esposizione precoce a schermi interferisce con lo sviluppo linguistico, emotivo e cognitivo dei bambini. Un’analisi della letteratura indica che il tempo trascorso sui social è correlato a dipendenza comportamentale, problemi di sonno, stress e riduzione dell’autostima.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di evitare l’uso di dispositivi digitali per i bambini sotto i due anni e di limitarlo a meno di un’ora al giorno tra i due e i cinque anni. Tuttavia, una recente indagine in Italia ha rilevato che il 22,1 % dei bambini tra due e cinque mesi viene esposto quotidianamente a schermi, e che la percentuale sale al 58 % tra gli 11 e i 15 mesi. I pediatri avvertono che l’uso eccessivo di dispositivi in età prescolare può compromettere lo sviluppo motorio, linguistico e sociale.

Le nuove linee guida italiane sull’infanzia digitale, presentate nel 2025, ribadiscono che ogni anno guadagnato senza schermi è un investimento nella salute cognitiva ed emotiva. Gli esperti riferiscono che 30 minuti in più al giorno di dispositivi raddoppiano il rischio di ritardo del linguaggio sotto i due anni, mentre ogni ora aggiuntiva riduce il sonno di circa un quarto d’ora nei bambini di 3‑5 anni e oltre 50 minuti al giorno di schermi sono legati all’ipertensione pediatrica. Studi di imaging hanno mostrato che un uso eccessivo in età prescolare può assottigliare la corteccia in aree legate al linguaggio, alla memoria e all’attenzione, con conseguenze a lungo termine. Per questo motivo, i pediatri suggeriscono di posticipare il possesso di uno smartphone almeno fino ai 13 anni, ritardare l’ingresso sui social il più possibile e limitare l’uso degli schermi a meno di un’ora al giorno prima di quell’età.

Come proteggere il cervello digitale
Nonostante il quadro allarmante, la soluzione non è demonizzare le tecnologie. Gli autori del famoso studio sul debito cognitivo sottolineano che l’intelligenza artificiale è uno strumento prezioso ma deve essere integrata con attenzione e non può sostituire il pensiero umano. Gli esperti propongono alcune strategie per preservare la salute del cervello:

- Limitare lo scrolling compulsivo. Impostare orari in cui si disattivano le notifiche, evitare l’uso del telefono prima di dormire e durante i pasti e fissare un tempo massimo per le app può ridurre l’esposizione e lasciare spazio al riposo.

- Digital detox e mindfulness. Inserire pause regolari, praticare meditazione o esercizi di respirazione e dedicare tempo ad attività analogiche come la lettura, la scrittura a mano o una passeggiata aiuta il cervello a “resettarsi” e a ritrovare la concentrazione.

- Obiettivi e abitudini salutari. Generazioni giovani stanno sperimentando “dopamine menu” e curricula personali che combinano hobby, studio e sport per allenare la mente con ricompense ritardate. Strumenti come app per bloccare le distrazioni o ristoranti “phone‑free” offrono spazi per riconnettersi con gli altri.

- Educazione digitale. Famiglie e scuole dovrebbero insegnare ai più giovani a usare consapevolmente la rete, spiegando come funzionano algoritmi, pubblicità e raccolta dei dati. Le guide pratiche pubblicate da organizzazioni per i diritti dell’infanzia offrono consigli per impostare profili sicuri, limitare il tempo online e affrontare i rischi del cyberbullismo.

- Riconnettersi offline. Neuroscienziati ricordano che le interazioni faccia a faccia sono essenziali per lo sviluppo cognitivo: trascorrere tempo con amici e familiari, praticare sport o suonare uno strumento stimola aree del cervello diverse da quelle attivate dai social.

Una sfida per la società
La tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la mente umana a una velocità senza precedenti. Mentre i social network e gli algoritmi offrono opportunità di connessione e apprendimento, la loro capacità di fornire ricompense immediate rischia di rendere il cervello meno allenato a elaborare informazioni complesse. Le generazioni più giovani sono le prime a sperimentare questa trasformazione: scorrere video brevi per ore al giorno, delegare alla AI compiti di scrittura o studio e passare sempre più tempo onlife può ridurre la memoria, la creatività e la capacità di attenzione.

La sfida non riguarda soltanto i singoli, ma l’intera società. Serve un’alleanza tra famiglie, scuole, istituzioni e imprese per promuovere un uso equilibrato delle tecnologie, proteggendo i minori dai rischi e allo stesso tempo formando cittadini digitali competenti. Ridurre la dipendenza dagli schermi, riscoprire il valore della lentezza e dell’impegno intellettuale e integrare l’intelligenza artificiale come strumento di supporto e non come sostituto del pensiero sono passi necessari per prevenire il rallentamento del cervello nell’era dei social e dell’AI.



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Voce Clonata, Truffa e Pericoli

Negli ultimi anni i criminali hanno scoperto nell’intelligenza artificiale uno strumento potentissimo per rendere più credibili le frodi. Tra le truffe più insidiose c’è la clonazione vocale, un fenomeno che sfrutta software capaci di imitare alla perfezione la voce di una persona nota. Bastano pochi secondi di audio – una semplice risposta al telefono o un frammento di un video pubblicato sui social – e i truffatori possono sintetizzare un messaggio con toni, inflessioni ed emozioni identiche a quelli del soggetto imitato. L’obiettivo è indurre la vittima a compiere azioni impulsive: inviare denaro, condividere codici o fornire dati sensibili a un interlocutore che percepisce come familiare.Come funziona la clonazione della voceLa clonazione vocale si basa su algoritmi di sintesi vocale e apprendimento automatico. Con pochi secondi di campione audio, il software scompone la voce analizzandone tono, ritmo, accento e respiro, quindi addestra un modello in grado di ricostruire e generare frasi inedite con la stessa impronta sonora. Alcuni strumenti sono così sofisticati da simulare il timbro emozionale della persona imitata. Esistono applicazioni a pagamento, ma ormai sono disponibili anche soluzioni gratuite o a basso costo, accessibili a chiunque sappia navigare in rete. Una giornalista statunitense ha dimostrato che con un audio di 30 secondi e un investimento di 5 dollari è possibile registrare una voce clonata in meno di quattro minuti.Il processo di frode inizia spesso con chiamate mute: i truffatori telefonano senza parlare per raccogliere un semplice «pronto?» che servirà per addestrare l’algoritmo. Una volta ottenuta la clip audio, preparano uno script convincente – un incidente stradale, un arresto o una rapina – e fanno partire la chiamata con un numero falsificato (spoofing) che appare come quello di un familiare, di un avvocato o della banca. La vittima sente la voce del figlio o del nipote che chiede aiuto urgente e, travolta dall’emozione, segue le istruzioni: consegna contanti, comunica una password temporanea (OTP) o installa software di accesso remoto. In alcuni casi i criminali organizzano la raccolta del denaro tramite corrieri che ritirano pacchi o buste a domicilio.Esempi e casi realiLe cronache recenti mostrano che la truffa della voce clonata non è più teoria. Nel luglio 2025 una donna della Florida ha ricevuto una chiamata da chi credeva fosse la figlia incinta. La voce piangente raccontava di un incidente, della perdita del bambino e della necessità di soldi per pagare un avvocato. La madre, in preda al panico, ha consegnato 15 000 dollari a un corriere prima di accorgersi che la figlia era a casa sana e salva. Nel Regno Unito un’azienda energetica ha perso 220 000 euro perché un impiegato ha eseguito un bonifico su richiesta di una voce che imitava quella del direttore generale. Nel 2024 un’ingegneria internazionale ha subìto una frode da 25 milioni di dollari, ingannata da un videochiamata con un dirigente apparentemente reale. Un rapporto dell’Unione Europea indica che una società di Hong Kong ha perso oltre 25 milioni di dollari in un colpo orchestrato con voci e video deepfake.Non sono solo le imprese a essere colpite. In Arizona una madre ha ricevuto una telefonata con la voce della figlia quindicenne, che implorava aiuto per un rapimento. Mentre la donna parlava con i presunti rapitori, il marito ha contattato la ragazza che era tranquillamente all’allenamento, svelando la truffa. In Italia le forze dell’ordine segnalano un aumento di casi: famiglie anziane ricevono telefonate con voci clonate di figli o nipoti che chiedono denaro per emergenze; per difendersi molte adottano il “codice di famiglia”, una parola segreta da pronunciare in caso di chiamate sospette. Un comandante dei Carabinieri ha precisato che questa tecnica può aiutare ma non sostituisce la prudenza: spesso le vittime condividono inconsapevolmente dettagli personali che rendono più facile l’inganno.Perché è pericolosaLa clonazione della voce è estremamente pericolosa perché sfrutta un mezzo che istintivamente ispira fiducia: la voce è un dato biometrico legato all’identità e alle emozioni. Quando si sente il timbro di un parente in pericolo, si abbassano le difese razionali e si agisce d’impulso. I truffatori giocano sull’urgenza (“paga subito o andrò in prigione”) e sulla segretezza (“non avvisare nessuno”), elementi che spingono la vittima a seguire le istruzioni senza verifiche. Questo schema funziona anche con i dipendenti aziendali, che non vogliono disattendere gli ordini del capo e autorizzano bonifici ingenti.Il problema è amplificato dalla diffusione dei dati vocali. Secondo una ricerca internazionale, il 53 % delle persone condivide la propria voce online almeno una volta a settimana, fornendo materiale prezioso per i truffatori. Un’indagine condotta su 7 000 utenti ha rivelato che un adulto su quattro ha subìto o conosce qualcuno colpito da una truffa vocale, e il 70 % degli intervistati non si sente in grado di distinguere una voce clonata da quella reale. Tra chi ha perso denaro, il 36 % ha registrato danni tra 500 e 3 000 dollari, mentre il 7 % ha perso fino a 15 000 dollari. Un rapporto europeo indica che nel 2024 il numero di attacchi deepfake è aumentato del 3000 %, con un attacco rilevato ogni cinque minuti e il 49 % delle aziende intervistate colpite da frodi audio.Risposte istituzionaliLa crescita esponenziale di queste frodi ha spinto istituzioni e autorità a muoversi. Negli Stati Uniti la Commissione federale per il commercio (FTC) ha lanciato una Voice Cloning Challenge per sviluppare soluzioni capaci di distinguere voci umane da cloni, rilevare in tempo reale le manipolazioni e inserire watermark inaudibili che impediscano la clonazione. Sono state premiate tecnologie che attribuiscono un “punteggio di autenticità” alle chiamate e sistemi di autenticazione vocale che includono marcature digitali. A livello europeo, il Parlamento chiede una legislazione contro i deepfake che includa obblighi di trasparenza e consenta ai fornitori di contrassegnare contenuti generati dall’AI. In Italia polizia postale e carabinieri promuovono campagne informative e corsi di educazione digitale, mentre le banche rafforzano il monitoraggio comportamentale delle transazioni sospette. Alcune proposte includono l’introduzione di codici d’emergenza per le chiamate e la possibilità di bloccare in tempo reale i bonifici quando si sospettano frodi.Come proteggersiNonostante i progressi tecnologici, la difesa più efficace resta l’attenzione umana. Gli esperti suggeriscono:- Verificare l’identità su un canale diverso: se si riceve una richiesta urgente di denaro, chiudere la chiamata e richiamare il familiare o l’azienda usando un numero noto. Non fidarsi del numero sul display, perché può essere falsificato.- Stabilire una parola di sicurezza condivisa in famiglia. Servirà a confermare l’identità di chi chiama.- Porre domande personali che solo la persona reale può conoscere, come un dettaglio recente o un ricordo comune.- Controllare l’impronta vocale: limitare la pubblicazione di audio e video sui social, mantenere profili privati e non rispondere a chiamate sospette con il proprio nome.- Mai condividere OTP, password o credenziali per telefono, neppure se la voce sembra quella di un parente o di un impiegato della banca.- Segnalare le chiamate sospette alle autorità competenti e alla propria banca. In caso di frode, bloccare immediatamente carte e account, conservare le prove (numeri, registrazioni) e sporgere denuncia.ConclusioneLa clonazione vocale è una delle forme più inquietanti di frode digitale perché sfrutta l’intelligenza artificiale per imitare le persone a noi più care. Con pochi secondi di audio, i criminali generano messaggi realistici e sfruttano la nostra emotività per estorcere denaro o informazioni. Le vittime, tanto nelle famiglie quanto nelle aziende, si moltiplicano e le perdite si misurano in milioni. La soluzione non può essere solo tecnologica: serve una maggiore alfabetizzazione digitale, un atteggiamento prudente e protocolli di verifica condivisi. Conoscere il funzionamento di queste truffe e riconoscere i segnali d’allarme è il primo passo per non cadere nella rete dell’inganno.